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Pagina 4 di 13 A noi mancano gli Halfpenny e i Tommy Bowe. Ma possiamo vincere
Gioca ancora a Parma (sponda Gran) ma, a fine stagione, Roland De Marigny chiuderà una carriera da giramondo: nato a Durban (Sud Africa), ha giocato con Bulls e Sharks e, dopo un’esperienza in Galles (Bangor e Llanelli Scarlets), 5 stagioni alla Rugby Parma, una al Leeds (Guinness Premiership) e 2 al Calvisano, nel settembre 2008 è tornato alla città ducale; intanto, mentre studia per diventare allenatore, ci racconta cosa (non) si ricorda di Italia-Scozia del 2004 e di quanto sia curioso, date le origini, di vedere Invictus Roland, davvero non ricorda nulla di quella partita? Ovvio, qualcosa in testa mi è rimasto, ma solo perché l'ho rivista mille volte in televisione. L'infortunio a Dallan, quello a Parisse, la meta di Ongaro su un avanti, il suo palo nella trasformazione... Niente? Vuoto totale. La botta in testa al 30' mi ha fatto dimenticare tutto. So che abbiamo vinto ma non chiedetemi dell'atmosfera. Beh, almeno il prima e il dopo. Terza presenza in nazionale. Ero subentrato con l'Inghilterra (9-50 al Flaminio il 15 febbraio) da apertura, giocato titolare con la Francia (25-0 a Parigi, il 21 febbraio) e con la Scozia vengo schierato da Kirwan nuovamente 10. Titolare. Questo non lo scorderò mai. Finisce 20-14, con 15 punti al piede di De Marigny. Bella vittoria, bella soddisfazione. Decisamente, la più bella in carriera. Un po' di fortuna, una grande determinazione. Le stesse cose che ci serviranno settimana prossima. C'è una spiegazione a questa Italia a fasi alterne? La verità è che noi stiamo crescendo, e sono 20 anni che lo ripetiamo. Ma non è che le altre nazionali, e in particolare Francia e Union britanniche, stanno a guardare. Anzi, con i mezzi e la tradizione che si ritrovano sono più facilitati di noi. Ogni anni noi puntiamo sulla Scozia, non a caso quella più in difficoltà a livello di movimento (soldi, tesserati, risultati). Come dobbiamo affrontare il XV del cardo. L'imperativo è non sottovalutarli. Hanno diversi infortunati (Paterson, Lamont, Evans su tutti) ma non demorderanno sicuramente. Dobbiamo giocare come contro gli inglesi: punto a punto, difesa strenua, uso intelligente del piede. Qual è il nostro più grande (e grave) handicap? Abbiamo ali e estremi di grande bravura ma poco reattivi. Da noi o sei grosso o sei veloce. Quando il vivaio produrrà tre quarti alti 1.90 in grado di correre i 100 in 11 secondi, cominceremo a fare sul serio e a spaventare chiunque. Chi è la favorita per la vittoria finale? La Francia perché il lavoro di Lievremont sta formando una squadra straordinaria. Decidere di scegliere 60 giocatori e darsi due anni di tempo selezionarne la metà- e creare un gruppo - è un progetto di una lungimiranza ammirabile. Ecco i primi risultati. Settimana prossima esce Invictus. Lei è di origini sudafricane, che pensieri, ricordi, le vengono in mente? Sono curiosissimo di scoprire il dietro le quinte di quel Mondiale. Soprattutto capire come Mandela e Pienaar (le riunioni negli spogliatoi, le visite neile township) hanno sfruttato il rugby e la vittoria alla Webb Ellis per cambiare, di fatto, il destino di un Paese. Sono tutte cose che noi, piccoli rugbisti in erba, non ci siamo mai neanche immaginati. Cosa voleva dire vivere in "quel" Sud Africa? Era il mio mondo. Isolato. Limitato. Strano. Ma io vivevo così, guardando solo e soltanto Currie Cup (il campionato provinciale): era la mia normalità e non l'ho mai vissuta con grande difficoltà. Però il momento storico l'ha vissuto in pieno. Senza distacchi. Avevo ventanni, giocavo a rugby per passione. Non pensavo sarebbe mai diventato il mio lavoro. Poi il biennio 1995-96, passato tra rivoluzioni, vittorie al Mondiale e passaggio al professionismo, mi ha cambiato la vita. In meglio. Poi l'esperienza in Galles e, infine, l'Italia. Dopo Bulls e Sharks sono andato a Llanelli, dove ho lavorato: giardiniere, barista, lavoretti che mi hanno insegnato a stare al mondo. Non ero lì per un contratto, giocavo in 4a divisione, ero lì per assaporare un mondo. Bello? Autentico. Diversi anni dopo, quando andai a Cardiff con l'Italia (sempre nel 2004, finì 44-10 per i dragoni) mi feci una birra con un paio di dirigenti gallesi. Con il rugby basta poco tempo e si creano amicizie strabelle (dice proprio così ndr). Poi l'Italia, la famiglia, i figli... Torno in Sud Africa quasi ogni anno, a fine stagione. Ma qui a Parma ho trovato il mio equilibrio. Un appartamentino, delle belle persone accanto, una qualità di vita altissima. Perché dovrei muovermi ancora? Adesso che ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo, poi. Sì, è vero. A fine stagione smetto, penso che sia il momento giusto. Ho voglia di rimanere in questo mondo e l'opportunità del corso federale da allenatore è enorme. Non posso lasciarmela sfuggire. Un'ultima domanda, Roland. Rimpianti? No. Credo in certi valori, ho un certo carattere. Ho avuto tanto dall'ovale. Come giocatore e uomo. Mi piacerebbe dare a qualcun altro la possibilità di vivere tutto questo. Federico Meda
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