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Pagina 3 di 13 A colloquio con Antonio Zibana, ex team manager della NazionaleGRANDE SLAM ALLA FRANCIA. GLI AZZURRI SI ACCONTENTINO DI GOWER
Rugbista di lungo corso («Ho iniziato nel 1949»), Antonio Zibana da Parma ha lavorato e giocato un po' ovunque («Anche nella seconda squadra dei London Wasps») maturando una (invidiabile) conoscenza del rugby e dei suoi protagonisti. Fedele assistente di Dondi nella corsa al Sei Nazioni, ha ricoperto il ruolo di Team Manager per i primi due Championship dell'Italia. «Io giocavo con Dondi, negli anni d'oro della Rugby Parma. Sono legami, quelli nati su un campo da rugby, che non svaniscono mai, anche se non ti vedi per decenni. Così, dopo tanto tempo passato all'estero, preferibilmente in Paesi rugbisticamente evoluti, quindi anglosassoni, Giancarlo mi propose di aiutarlo nelle trattative dell'ingresso azzurro nel Sei Nazioni». Non furono facili, vero?Niente, ai piani alti del rugby, è facile. Fondamentale fu Dondi, perché molto rispettato oltremanica. Onestamente, se ci fosse stato qualcun altro non so se ci avrebbero ammesso. Il momento decisivo?A Parigi, a un incontro con tutti i delegati delle 5 federazioni. Ci furono 4 sì, l'unico no fu degli inglesi che accamparono la seguente scusa «Non possiamo darvi una risposta perché non abbiamo l'autorità». Vien da ridere ancora oggi. Dopodichè ci fu il problema dell'allenatore.Esatto. A me piaceva il neozelandese John Boe, ex Calvisano e allenatore degli junior All Blacks. Purtroppo un veto della federazione dei “tuttineri” - se allenavi all'estero non avresti più guidato alcuna rappresentativa kiwis - fece saltare un accordo già fatto: tengono tantissimo alla loro Nazionale. Quindi fu la volta di Johnstone. Come si arrivò alla scelta?Detto sinceramente, il colloquio con il Presidente fu di questo genere: «Brad ha fatto arrivare le Fiji ai quarti del Mondiale 1999. Figuriamoci cosa riesce a fare con noi». Vero pilone, ce n’è voluto per andare d'accordo. Erano inizi pionieristici, con alcune disattenzioni e diversi problemi organizzativi.I protocolli di un torneo antico come il Sei Nazioni, noi ce li sognavamo. Ma oltre al famoso episodio degli smoking (Zibana riuscì a procurarli per tutti in pochi giorni: la Federazione se li era dimenticati ndr), ci fu il preparatore a mezzo servizio: era ufficiale di marina e fu presente solo contro la Scozia (vittoria all'esordio 34-20) e contro la Francia a Parigi (42-31 per i galletti). Solo dieci anni fa, eh. Anche sui soldi ci fu qualche incomprensione, vero?«Io scenderei in campo gratis, pur di assaporare l'atmosfera del Sei Nazioni», ho detto alla squadra. Sostanzialmente ha funzionato. Potere della buona fede. Nel ruolo di team manager, cosa ricorda più piacevolmente?Appartengo a un'altra epoca: l'inno di Mameli, ma anche le canzoni cantate a squarciagola dai tifosi avversari. Bello vedere gli Azzurri lottare con gli Inglesi e vincere in modo convincente con la Scozia?Certo, soprattutto perché da giovane mi prendevano in giro: «Voi italiani giocate anche a rugby? Pensavo faceste solo la pizza». Riscatto. Gran bella parola. Sabato scorso, dopo la vittoriosa partita, Mallett è passato da Orte, per farle visita.Siamo amici da un bel po'. Prima di fare il team manager, sempre grazie alla mia conoscenza dell'inglese e del mondo anglosassone, ricoprivo la carica di Liaison Officer delle squadre ospiti dell'Italia. Nel 1997, a Bologna, passai una settimana con il Sud Africa allenato da Mallett. E così, due anni fa, sono andato alla Borghesiana a salutarlo. L'ha riconosciuta subito?Io non ero certo ma appena mi ha visto: «Antonio, che piacere!». Avevamo bisogno di un estroverso alla guida della Nazionale. In che senso, scusi?Per gestire gli Azzurri ci vuole una persona con un gran carattere, un'alta considerazione internazionale. Anche se da noi è passato in secondo piano, Mallett a dicembre ha allenato i Barbarians. Onore vero.Forse di più. Da giovani alla domanda «Meglio il premio Nobel o giocare con i Babas?», non c'era alcun dubbio: Barbarians tutta la vita. Tornando al suo the con Mallett: cosa vi siete detti?E' soddisfatto della squadra e entusiasta di Gower, è la terza aggiunta che serviva al suo gioco. Placcatore inesorabile, Craig, tipico dei transfughi del Rugby league. Un ruolo, quello dell'apertura, che sta cambiando molto, non trova?Assolutamente e in questa direzione. Infatti molti preparatori dei 3/4 arrivano dal rugby a 13. E' finito il tempo dei Barry John e dei Phil Bennet (mitici dieci della Golden era gallese): gente che doveva aspettare, sempre e comunque, che fossero le terze a placcare. Tornando all'Italia, le piace il XV di Mallett?Adoro alcuni giocatori, come Castrogiovanni. E' un pilone di livello mondiale ma ha l'handling del 3/4. Bravo anche Perugini uno che ci mise più di un anno e mezzo a darmi del tu. «Signor Zibana, signor Zibana», esordiva sempre. Pronostici per i prossimi due incontri?Non sono bravo in queste cose ma sono sicuro che con la Francia - a mio modo di vedere lanciata per il Grande Slam - possiamo far bella figura per poi cercare il risultato positivo contro il Galles al Millennium. I dragoni sono un po' appannati, dobbiamo approfittarne. Antonio, lei è famoso per gli aneddoti, le storie, può raccontarcene una in particolare?Dato che si parla tanto del Mondiale 1995... Ha visto Invictus?No, non ancora. Ma consiglio il libro, "Ama il tuo nemico". Gran bel lavoro. L'ho interrotta, torniamo a quindici anni fa.Era il 1996, mi trovavo in Sud Africa per le celebrazioni di un anniversario di una grande azienda, nostro cliente. Io vendevo macchinari per imbottigliamento. A questa cena era presente anche Mandela, costretto a un certo punto a lasciare la compagnia per un'emergenza, un incidente in miniera: «Non posso banchettare mentre dei sudafricani rischiano di morire». Il Presidente dell'azienda rendeva omaggio agli ospiti presentando "Maniba" a tutti. E arrivò a lei.Certo e grazie al rugby riuscii a parlarci diversi minuti. Un'empatia reciproca e immediata che culminò in una richiesta balzana: «Signor Zibana, potrebbe chiamare il suo Presidente della Repubblica (al tempo Oscar Luigi Scalfaro ndr) e farmi invitare. Avrei proprio voglia di visitare l'Italia». «Magari potessi farlo, gli risposi». Un incontro che porto nel cuore, una personalità straordinaria. Per carisma e umanità. Il rugby in Sudafrica apre qualsiasi porta.Anche quelle del Paradiso. Un giorno incontrai uno Springbock che aveva giocato a Parma. Gli chiesi cosa significasse per lui indossare la maglia verdeoro. Fu laconico: «Ora posso anche morire». Federico Meda
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