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Pagina 2 di 2 Terzo tempo a ParigiNelle grandi città, in prossimità di eventi importanti, il centro è letteralmente invaso dai tifosi ospiti. Che, strepitano cori famosi, scherzano con i passanti e sbandierano le sciarpe. Ma non a Parigi ... Qui a Parigi il centro è per i cultori dell'arte, dello shopping, delle passeggiate sul lungo Senna, dei mercatini di stampe e di un'atmosfera romantica. Irreale. Che ricorda un po' la nostra Roma. Qui i tifosi si dimenticano delle bellezze tradizionali, cercano ristoro e pinte a peso d'oro nei quartieri più caratteristici, dal profumo bohémien. Mont Martre, St. Germain e il quartiere latino sono covi da "rugby etilico": stracolmi di bar, pub e localini completi di maxischermo. Perché nel rugby non è insolito, in carenza di biglietti, recarsi ugualmente nella sede della partita, anche solo per seguirla, diciamo così, nel suo torroir. Qui un mix di ospiti e autoctoni si danno appuntamento nei bar, ormai rigidamente no smoking, e fanno conoscenza, si offrono birre a vicenda, criticano la propria squadra e non si lasciano in pace neanche durante l'intervallo. E dopo si continua. Il terzo tempo esiste, soprattutto, per lo spettatore e qui, in un bar, in discoteca, al Moulin Rouge, il francese si comporta in modo diverso a seconda di chi ha di fronte... Con l'italiano: il gioco è facile, siamo i più scarsi e quelli che capiamo meglio la loro lingua. l confronto è impari. Finiamo a parlare di calcio con buona pace di tutti. I francesi lamentano torti e rinfacciano l'Europeo 2000, noi ribattiamo con le "virtù" di mademoiselle Zidane.
Scozzese: fanno finta di capirsi, perchè l'accento scozzese è ostico per tutti e nessuno vuole scendere a compromessi linguistici: i francesi per la puzza sotto al naso, gli scozzesi per orgoglio.
Irlandesi: la proverbiale memoria irlandese si fa sentire e riesce a ripescare, di sicuro, qualche sconfitta o episodio negativo per la Francia. Finisce in parità, ma il "cugino" rosica un po'...
Gallesi: quelli di Cardiff pensano solo agli inglesi e con i francesi si intendono a meraviglia. Evitano la partita e parlano solo degli "odiati" sudditi di Sua Maestà.
Inglesi: la sfida più dura. L'inglese tipico prende in giro il francese nella sua lingua madre - fregandosene che venga compreso - e ogni tre parole il suo entourage scoppia in una fragorosa risata. Di contro, il "galletto" lo prende in giro sul fatto che sanno solo difendere e che quando hanno la palla non sanno cosa farsene. La storia gli da ragione: l'inglese vorrebbe replicare, ma non ci riesce.
La morale? Parigi è Parigi solo perché ci sono i parigini. Il resto del Mondo "ovale" si somiglia per dinamiche, racconti - tramandati solo oralmente - che parlano di gente entrata in fascinosi pub davanti alle tribune di un "tempio", Lansdowne Road o Twickenham poco importa. I biglietti c'erano, lo stadio era li, a pochi passi, ma vuoi mettere l'atmosfera fumosa, gli avventori simpatici e le pinte in un bicchiere di vetro? Difficilmente si potevano abbandonare e, mettiamola così, "in tivvù fanno vedere anche i replay". Federico Meda
"Nel rugby i due tempi di gioco sono solo la preparazione a un terzo, grande, tempo" Claudio Bisio non ha mai giocato a rugby nella sua vita. Forse alcuni, dopo il film ""Asini" di qualche anno fa, pensano il contrario. Eppure è uno di quelli che ha colto la vera filosofia di questo sport, come si evince dalla prefazione di un bel libro (Il fango e l’orgoglio) di Gregorio Catalano, un altro malato della palla ovale. Il comico conclude il suo azzeccato intervento dicendo che “nel rugby i primi due tempi di gioco sono solo la preparazione a un terzo, grande, tempo”. E’ vero. E’ assolutamente così. Più delle partite e delle trasferte si ricordano le “salamellate”, la trippa calda, i commenti sconclusionati, e la birra, tanta birra. E non solo a livello amatoriale. Spesso, dopo la doccia, la squadra di casa offre una pasta calda – ah i fusilli al sugo nella sede del Varese! – un semplice panino con salumi nostrani o, se si ha la fortuna di varcare la soglia di una club house che si rispetti - come quella dell’Asr Milano - un brasato o una cassoela preparata a regola d’arte. A nord, a sud, in Veneto e a Milazzo - perfino a Genova - la tradizione del ristoro dopopartita non viene mai a mancare. E per il Terzo tempo non esiste un regolamento internazionale, non c’è un cronometro, non ci sono limiti: ci si può trovare a fare l’alba con un boccale in mano in compagnia della terza centro avversaria che ti ha distrutto la spalla, o con il tuo compagno di squadra in una balera di paese a far la chiusura. Può capitare, tutto vero!, che il tuo allenatore che odia il mondo del pallone come la peste, finisca per gemellarsi con il Valtellina Calcio... Terzo tempo è goliardia allo stato puro, sinonimo di “zingarate”, figuracce, risate, lacrime – di gioia e dolore – e di aneddoti tra il serio e il faceto che entrano, a pieno titolo, nella leggenda. Per partire dai professionisti, anche loro lo celebrano, famoso è un terzo tempo di una Coppa del Mondo dopo la partita All Blacks-Italia. Scanavacca racconta come gli sia sembrato strano vedere il più forte giocatore al mondo, Jonah Lomu, completamente dissociato che ballava da solo – o in compagnia della fidanzata, la metà di lui – con delle cuffie enormi da dj in testa... O per parlare del rugby ruspante delle serie minori - giocato su campi balordi, dove l’erba è bandita e l’arbitro sembra un nevrotico amante dell’espulsione temporanea - quella volta che si finì in un ristorante nel bresciano, dopo una trasferta finita male, per “fare gruppo”. Dopo cinque portate l’atmosfera era bollente. Ci fu addirittua un’ala attempata che decise di saltare, come a un concerto, dal soppalco dove c’era la toilette. E se in discoteca è normale vedere un avventore buttato fuori da energumeni in giacca e auricolare, al ristorante è davvero una rarità.

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Di tante sensazioni, colori ed immagini ho scritto nel mio blog che Vi invito a leggere.
http://www.oleole.it/blogs/la-tribuna/posts/italia---new-zeeland--6----20
ciao a tutti